Cineforum per non addetti

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La schivata

 Regia di Abdel Kechiche.

Con Osman Elkharraz, Sara Forestier, Sabrina Ouazani, Nanou Benhamou, Hafet Ben-Ahmed, Aurélie Ganito

 Titolo originale L’Esquivé. Drammatico, durata 117 min. – Francia 2003.

 Il turpiloquio continuo ed invasivo appare prepotentemente come mezzo privilegiato per comunicare tra loro e descrivere al meglio il loro stato d’animo: sono gli adolescenti che vivono rumorosamente e non senza difficoltà nei cementati margini di una periferia, come tante, in una città della Francia odierna.

Originale la scelta del giovane Elkharraz che, malgrado il suo personaggio rechi onerose pene d’amore, spicca tra gli altri interpreti per la totale assenza di qualsiasi espressività e l’abituale goffaggine con cui assume ogni postura.

Non condivisibile neppure l’accanimento con cui si costruisce e si indugia sulla intollerabile cattiveria e prevaricazione con cui una pattuglia di polizia sembra illecitamente essere solita operare. Di più: il tutto confezionato risulta ancora più odioso poiché rivolto a dei ragazzi incolpevoli.

Un elogio, solitario, alla ben rappresentata figura dell’insegnante che, in un desolante panorama di solitudine, unica riesce con invincibile passione ad interessare i suoi allievi ad un testo di Marivaux, stimolarne la creatività e a coinvolgerne la più parte in impegnative prove destinate ad una rappresentazione teatrale dignitosa nel suo complesso a tratti emozionante e veicolo prezioso per vedere oltre gli angusti confini domestici.

 by Cincinnato

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City of Angels – La città degli angeli

Un film di Brad Silberling.

Con Meg Ryan, Nicolas Cage, Colm Feroe, Andre Braugher, Dennis Franz Colm Feore, Robin Bartlett, Joanna Merlin, Sarah Dampf, Rhonda Dotson, Nigel Gibbs, John Putch, Lauri Johnson, Christian Aubert, Jay Patterson, Shishir Kurup, Brian Markinson, Hector Velasquez, Marlene Kanter, Bernard White, Chad Lindberg, Deirdre O’Connell, Dan Desmond, Rainbow Borden, Kim Murphy, Alexander Folk

Fantastico, durata 117 min. – USA 1998

Chissà, forse gli angeli sono ben più antropomorfi di quanto il catechismo ci abbia narrato. Né boccoli biondi, né ali ampie. Indossano una veste lunga, ma nera e sotto si scorgono i pantaloni. Volano, certo, e sono immortali. Osservano gli umani, con cura e silenziosi.

Un giorno l’angelo Seth coglie con maggior diligenza il viso dolce, è il caso di dire angelico, di Maggie scrupolosa umanissima dottoressa. Ricca di sentimento, ma sola e pronta per spiccare il volo. Ecco il fulmine: Seth avverte per la prima volta nella sua lunghissima esistenza la straordinaria unicità dell’innamoramento degli uomini. Una delizia unica densa di sensazioni tangibili precluse alla pur perfetta natura degli angeli.

E sceglie così di farsi uomo poiché la nostra caducità non viene percepita e narrata come un limite invalicabile, un tormento quotidiano, il triste presagio della morte di ognuno. Piuttosto, per lui, una porta che oltrepassata permette il contatto, lo scambio, l’amore. Fosse anche solo per un attimo vale l’esistenza intera.

Nicolas Cage non gode spesso della simpatia dei critici cinematografici e anche per questo ci piace come attore. Qui, poi, ben rappresenta lo stupore e l’incanto che gli suscitano il desiderio e la sfida.

In quegli anni Meg Ryan mostrava ancora un viso che suggeriva dolcezza e una gradevole capacità espressiva. Ne conserviamo un buon ricordo, un po’ struggente, dopo che, sottoposta ad un rifacimento estetico, l’esito non sembra aver coronato le ottimistiche aspettative.

by Cincinnato

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Copia conforme

Regia di Abbas Kiarostami.

con Juliette Binoche, William Shimell, Jean-Claude Carrière, Gianna Giachetti, Adrian Moore Angelo Barbagallo, Filippo Trojano, Manuela Balsimelli, Andrea Laurenzi, Agathe Natanson

Drammatico, durata 106 min. – Italia, Iran, Francia 2010

Se come dicono Abbas Kiarostami, che per la prima volta realizza un film fuori dal suo paese, è il miglior regista iraniano, vien da chiedere che possano combinare di peggio i suoi colleghi.                                          La Toscana, unico elemento di gradevolezza dell’intero lungometraggio anche se spesso sottratta per ambientazioni volutamente claustrofobiche, fa da contesto alle sfuriate e all’incomunicabilità di una coppia convulsiva, che forse prova a fare i conti col passato o gioca col presente, o all’inverso, che si fa isterica, ironica, pretenziosa, narcisista, ma sempre sprofondata nell’impotenza e nell’inconcludenza.

Un bel casino in cui scorrono immagini e parole, per noi senza né capo né coda, ma assai arduo anche  destreggiarsi per chiunque volesse scorgerne il bandolo. Kiarostami firma un guazzabuglio infernale, un labirinto d’immagini con una mescolanza e sovrapposizione di tempi presenti e passati, un frastorno di realtà, di supposta realtà, finzione, dubbi… tutto a manciate e in faccia all’improvvido spettatore calato in sala fortuitamente, poiché in questo caso non è ammissibile alcuna volontarietà.

by Cincinnato

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Inception

Un film di Christopher Nolan.                       Con Leonardo DiCaprio, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Marion Cotillard, Ellen Page.

Azione – durata 142 min Usa,GB – 2010

Dom Cobb possiede una qualifica speciale: è in grado di inserirsi nei sogni altrui per prelevare i segreti nascosti nel più profondo del subconscio. Viene contattato da Saito, un potentissimo industriale di origine giapponese, il quale gli chiede di tentare l’operazione opposta. Non deve prelevare pensieri celati ma inserire un’idea che si radichi nella mente di una persona. Costui è Robert Fischer Jr. il quale, alla morte dell’anziano e dittatoriale genitore, dovrà convincersi che l’unica cosa che può fare è distruggere l’impero ereditato. Saito avrà allora campo libero. In cambio offrirà a Cobb la possibilità di rientrare negli Stati Uniti dove è ricercato per omicidio.

Un film tra sogno e realtà, un labirinto tra subconscio e sentimenti, è un film di sensazioni, di percezioni, e di phatos e ethos. Un film verso il quale bisogna avvicinarsi senza apriorismi o schematismi ideologici, con la mente aperta e libera.

Un grande regista, ottimi attori, a me è piaciuto e lo consiglio.

by Biker

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A Serious Man

Regia di Joel Coen, Ethan Coen.

Con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Adam Arkin.Aaron Wolff, Jessica McManus, Brent Braunschweig, David Kang, Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski Jr, Ari Hoptman, Benjy Portnoe, George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park, Amy Landecker, Allen Lewis Rickman, Raye Birk, Peter Breitmayer, Stephen Park, Simon Helberg, Alan Mandell

Commedia, durata 105 min. – USA, Gran Bretagna, Francia 2009.

Una selva di antagonisti lo vessano e lo mortificano senza scalfirne il sistema nervoso, senza suscitargli alcun moto di ribellione, senza peraltro piegarlo, poiché Larry Gopnik, professore di fisica,  asseconda comunque la sua indole misurata e pratica un’esistenza composta.

Il detestabile vicino ringhia e imperversa nel giardino accanto con tagli d’erba azzardati e tracciando limiti sostenuto solo dalla propria prepotenza. Il fratello, in casa come gran peso e assai instabile mentalmente, è indagato e arrestato dalla polizia.  La moglie, lesta fedifraga, di concerto con l’amante, lo persuade per il suo bene a lasciare la casa per una sistemazione di fatto precaria . I due figli adolescenti fanno supporre che di maggior soddisfazione sarebbe stato avere un paio di animali domestici a cui affezionarsi e relazionarsi più facilmente. La professione d’insegnante gli riserva incomprensioni, minacce e illusioni. La moglie a suo comodo, alla morte improvvisa dell’amante, lo persuade a tornare a casa. Un furtivo ritaglio con la vicina, ancora piacente e bendisposta, si risolve in nulla malgrado si intravedesse un esito favorevole. Nemmeno il tradizionale rivolgersi ai rabbini per trovare le risposte ai tanti guasti e contrastare la perdurante gravosità quotidiana risulta prezioso: solo banalità, impreparazione e incomprensione. E gli esami clinici, fatti nella consueta tranquillità,  sembrano invece preconizzare….

Uno straordinario grottesco calvario da gustare. Un San Sebastiano più volte trafitto, ma mai a morte. Una dolciastra agonia fatta di sarcasmo e di assurdità. Si ride volentieri e nel contempo si solidarizza con la vittima e la si vorrebbe spintonare e scrollare, ma con affezione.

Come si può non elogiare i fratelli Coen, sodalizio perfetto, narratori straordinari. A loro agio in qualsiasi genere. Un piacere per gli occhi non meno che per la mente.

by Cincinnato

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Somewhere

Regia di Sofia Coppola.

Con Stephen Dorff, Elle Fanning, Chris Pontius, Karissa Shannon, Kristina Shannon,Jo Champa, Alexander Nevsky, Laura Chiatti, Simona Ventura, Philip Pavel, Julia Melim, Brian Gattas, Nino Frassica, Alexandra Williams, Rich Delia, Susanna Musotto, Paul Greene, Valeria Marini, Angela Lindvall, Laura Ramsey, Paul Vasquez, Caitlin Keats, Benicio Del Toro, Michelle Monaghan

Drammatico, durata 98 min. – Usa 2010

Agi e amorazzi, piscine e la Ferrari non mancano nelle giornate di Johnny Marco, attore di vasta quanto effimera fama. Intellettualmente impoverito, annoiato quanto basta, sbatacchia tra un vuoto e l’altro, predisponendosi sempre più alla solitudine e alla inconcludenza. Finché si ritrova, a causa di terzi, a doversi inventare con la figlia adolescente una quotidianità da tempo perduta. Non risulterà granché all’altezza.   

Sono almeno un centinaio e oltre i modi e le immagini per rappresentare o denunciare la complessità, le emozioni e le reciproche aspettative di un qualsiasi rapporto padre/prole. La Coppola sceglie il più silente, il più incompleto, il più lento immaginabile. 

Da una parte verrebbe da domandarsi come abbia potuto meritare e ottenere il Leone d’oro di Venezia, ma d’altra parte è piuttosto consueto che il successo della critica, sottolineato dai premi, non trovi seguito presso il pubblico, al quale nella fattispecie, non sarà sfuggito quanto sopra accennato.   

by Cincinnato

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THE WRESTLER

 Regia di Darren Aronofsky. Con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Todd Barry.

Drammatico, durata 109 min. – USA, Francia 2008. -

Immagino piuttosto estranee ai più le attività praticate dai due protagonisti: Rourke nei panni di un lottatore professionista di wrestling e la Tomei in quelli di una spogliarellista in un locale nemmeno troppo accattivante. Sono giunti doloranti al loro crepuscolo non tanto anagrafico, quanto per le delusioni accumulate, l’immense risorse bruciate e la solitudine che i tanti fallimenti comportano.

 Eppure tali ruoli risultano i giusti veicoli per rappresentare, sia pur privilegiando gli aspetti drammatici, quanto possa appartenere a tutti. Se i due li sottraiamo all’illuminazione accecante del ring o a quella cupa della sgradevolezza, se diamo loro la luce della nostra quotidianità li possiamo scorgere a pieno titolo accanto e riconoscere qualcosa di inaspettatamente lirico.   

 Come non avvertire comune e quanto condivisibile sia lavorare per campare, conservare la memoria per quanto dolorosa, la ricerca della considerazione fino a provare ad imporla. Nondimeno lo struggimento del tempo perduto, degli affetti spezzati per sempre, la tardiva consapevolezza dell’impossibilità di mutarsi destino, mentre la vita va sfumando e con essa la capacità non solo fisica di fare ancora fronte alla malinconia e al frastorno di sempre.

 Ben descritto, a tratti compassionevole. Essenziale la mano Aronofsky, con pochi virtuosismi sul ring. L’interpretazione di Rourke doveva essere il rilancio dopo diversi anni trascorsi di fatto lontano dalle scene. Malgrado l’impegno profuso e piuttosto riscontrabile, pare che – almeno in atto – così non sia stato.

by Cincinnato

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Truman Capote: a sangue freddo (Capote)

Regia di Bennett Miller.

Con Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Clifton Collins Jr., Chris Cooper, Bruce Greenwood.

Biografico, durata 98 min. – USA 2005.

A sangue freddo o a ruota libera?

Ingenera un po’ d’apprensione considerare che lo scempio fatto dei Clutter, padre madre e due figli adolescenti trucidati per rapina nel cuore della notte da due malviventi, risulti unicamente lo spunto per suscitare la cupa curiosità e la prodezza narrativa di un celebrato scrittore per confezionare un romanzo destinato al successo. A quei corpi abbattuti e scomposti nel sangue, hanno sottratto oltre alla vita anche la cronaca: di quei resti abbandonati si sa solo che erano una famiglia di agricoltori del Kansas.

Le indagini consentono alla polizia di individuare i due responsabili, il tribunale li processa e li condanna alla pena capitale.

Truman Capote invece li incalza, ripetutamente li interpella e li promuove a dicitori di esperienze, peraltro poco edificanti, e ispiratori ineguagliabili del romanzo che incontrastato gli preme nella testa e vuole prendere forma sussultando in un susseguirsi carcerario di ammissioni, di illusioni e di sadismo.

Le frequentazioni coi due galeotti recano una sorta d’intesa e di complicità, con una smaccata predilezione per uno dei due, originata anche da un’infanzia dai tratti comuni, che volutamente alimenta una commiserazione oltremodo mal riposta.  

Ultimato il romanzo, ricusata la grazia, si consuma l’eterogeneo sodalizio.    

Truman/Hoffman, interpretazione celebrata dai più come positivamente sbalorditiva, sbalordisce in verità fin dalle prime battute: per quel monotono interloquire, per quelle pause ostentate e per quei sospiri eccezionalmente languidi con cui generalmente il protagonista pensosamente si pone, eccezion fatta nelle occasioni alcolico mondane in cui la sua lingua narcisisticamente sollecitata, sveltamente rutila.

by Cincinnato

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Into the Wild – Nelle Terre Selvagge

 Regia di Sean Penn.                                       Con Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Brian Dierker.

Drammatico, durata 148 min. – USA 2007.

Un giovane benestante alla ricerca della libertà e della conoscenza lascia la città, le abitudini e le comodità e s’incammina per terre selvagge sin a patirne la crudezza ben oltre il simbolismo a tratti financo conciliabile.  

Un film che si snoda per due ore e vent’otto minuti già insospettisce. Quando poi passo e dialoghi non sono improntati all’effervescenza e occorre rifugiarsi unicamente nella fotografia, lo spettacolo è fatica e gustarselo può non essere alla portata di tutti. Ciò detto, anche la breve – mortis causa – rincorsa del giovane protagonista in senso opposto alle umane costumanze conservative e civili può risultare ideologicamente e umanamente estranea. Anzi più queste il protagonista non le avverte come proprie, più egli si incammina in solitudine ignorando gli affetti parentali, non avvertendo il dolore che ciò procura loro e rinunciando inspiegabilmente all’amore di cui sarebbe naturale destinatario. Se davvero si vuole praticare la libertà e scovare la verità, come Cris pretende e agogna, meglio sarebbe buttarsi nella società e confrontarsi coi simili, immergersi nella quotidianità affannata e anche discreditata. A dominare i travagli e a conservare se stessi.

Forse non sempre ci si riesce, ma provarci e meglio che andar per boschi.

by Cincinnato

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La samaritana (Samaria)

Regia di Kim Ki-Duk.                                          Con Uhl Lee, Ji-min Kwak, Min-jung Seo, Kwon Hyun-Min, Oh Young,Gyun-Ho Im, Lee Jong-Gil, Shin Taek-Ki, Jung-gi Park

Drammatico, durata 95 min. – Corea del sud 2004.

Qui è il caso di dire che non sempre il maggior sentimento destinato all’altro, in luogo che a se stessi, sia il segno benefico del superamento dell’umano egoismo…

Dall’amicizia di due ragazzine nasce un discutibile sodalizio che vede l’una collaborare discontinuamente al prostituirsi dell’altra al fine di procacciarsi due biglietti per l’Europa, meta invero ambita, ma non adeguata a tanto prodigarsi.

Quando delle due una si suicida, è l’altra ad assumere l’onere del meretricio al fine di fare una sorta bizzarra di giustizia della memoria dell’amica rintracciando i suoi clienti, giacendo e restituendo loro il denaro delle precedenti prestazioni agli stupiti, ma per nulla restii accompagnatori.

Il padre, ardita rappresentazione di poliziotto, venuto casualmente a conoscenza dell’attività della figliola, anziché cimentarsi nei ruoli specifici della paternità e della professione, piglia a seguire i clienti individuati – nuovamente straniti ma questa volta assai restii al coinvolgimento – ad incalzarli, a minacciarli, a suscitare il suicidio di uno e a massacrarne un altro in una latrina.

 Ennesima storiella etnica e per nulla etica, modestissima nella fattura, recitata coi piedi e molesta nei contenuti: prostituzione, suicidio, omicidio, vacuità sono occasioni narrative portanti, non mancando accenni alla pedofilia e lesbismo.

Per Kim Ki Duk queste sono le inquietudini, le attitudini e le pene degli adolescenti? Questo è ciò che un padre, sia pur vedovo, riesce ad imbastire come educatore? Questo è il modo per rappresentare il tutto?

Giustamente misconosciuto in patria, questo regista ha trovato in occidente qualche estimatore stravagante disposto a fargli credito, incapricciandosi a corto raggio.

by Cincinnato

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La tigre e la neve

Un film di Roberto Benigni. Con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Jean Reno, Gianfranco Varetto, Tom Waits, Emilia Fox. Andrea Renzi, Giuseppe Battiston, Mariella Valentini, Lucia Poli

Commedia, durata 118 min. – Italia 2005.

Una occasione perduta … davvero felicemente perduta.              Benigni avrebbe potuto rappresentare il conflitto in Irak bagnandosi nelle acque rassicuranti del conformismo pressoché universalizzato e discettare di pace senza “se” e senza “ma”  nell’immenso mare imposto dal politicamente corretto.

Avrebbe potuto…

Invece sorprendentemente la guerra diventa primario, esclusivo contesto, pur ferino e  difficilissimo, in cui il protagonista (Benigni) va a misurare, ancora una volta, l’amore profondissimo e non più ricambiato per la propria sposa. 

Sono proprio gli stenti e le sofferenze che il conflitto comporta a qualificare Bagdad come banco di prova, per lui come per chiunque altro, di quanto l’esistenza di chi si ama possa essere al fine più importante della conservazione della propria.

In un agitarsi a volte frenetico da par suo e a volte tenero più che in passato, sempre sostenuto da una fiducia tanto elementare ed ingenua quanto ammirevole e titanica, Benigni, senza mai dubitare, mette a repentaglio la propria vita per creare e conquistare tutto ciò che può consentire di scongiurare la morte di colei che per lui non può morire.

Non solo l’impari lotta non lo vedrà soccombere, ma i buoni indispensabili gesti, pur spesi nella totale discrezione, verranno alla luce fortuitamente animando nella destinataria la gratitudine e ridestandone l’amore.    

Originalissimo prodotto di un autore che si cimenta anche a ridurre le proprie indubbie capacità verbali e di movimento (fra tutte da menzionare la sua straordinaria dissertazione sulla poesia rivolta agli studenti) per farsi a tratti più riflessivo e più intenso di quanto abitualmente non si rappresentasse. 

La Braschi, la cui fama è stata totalmente propiziata dal coniuge, lo ripaga con una diligente interpretazione che ricalca i canoni usuali.

by Cincinnato

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Cosa voglio di più

Regia di Silvio Soldini.                                   Con Alba Rohrwacher, Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston, Teresa Saponangelo, Monica Nappo. Tatiana Lepore, Sergio Solli, Gisella Burinato, Gigio Alberti, Fabio Troiano, Francesca Capelli, Danilo Finoli, Martina De Santis, Leonardo Nigro, Adriana De Guilmi, Teresa Acerbis

Commedia, durata 126 min. – Italia, Svizzera 2010

Soffiano e ansimano. Ognuno nel viso dell’altro. Scossi e rapiti consumano i due amanti mentre trascorrono di corsa quel tempo residuale che le reciproche relazioni consentono loro. Relazioni percepite precedenti, in qualche modo superate, ma con cui inevitabilmente faticano poi a fare i conti.

Fino allo sfinimento dicono di amarsi entrambi, ma l’inconsistenza totale  della loro comunicazione, fuori dal talamo, non consente di far loro credito. Anzi viene da chiedersi su cosa mai poggerebbe tanto slancio di volontà, dove trarrebbe emozione tanto interpretato amore. Forse semplice quanto penosa stanchezza domestica, qualche vuoto da riempire o piuttosto un’attrazione scambievole e furibonda. Va da se, però, che di ben altro necessiterebbero per sostanziare e comporre un’armonica storia d’amore.

Così come è stata lei che, accantonate le remore, principia a solleticare e a dare corpo al desiderio, alla reciproca transitoria soddisfazione, è ancora lei poi – svelato il finale! – che resasi conto dell’esaurirsi, o dell’impraticabilità, di una storia ormai unicamente adulterina, decide per entrambi che è il tempo di staccarsi.

Battiston e Favino, antagonisti inconsapevoli, interpretano e si confermano con la consueta capacità con cui ci hanno da tempo abituati.

La contesa Alba Rohrwacher adotta un trucco assai pesante, sgradevole, che marca occhi esausti. Abiti che non arricchiscono né le forme né il gusto. Parrebbe una femminilità marginalizzata, se non fosse per quel suo corpo che, quando nudo si allunga, si acciambella, si torce e poi torna daccapo, sorprendentemente suscita qualche attrattiva.

Tanta nostalgia per il Soldini che narrava già dell’amore ma con altre note e in ben altro modo come “Pane e tulipani” o “Giorni e nuvole”. Qui è alle prese con una storia assai minore che comunque la si giri, o l’abbia girata, non sembra scuotere, risaputa quanto basta e che non reclama alcuna riflessione.

by Cincinnato

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Good night, and good luck

Regia di George Clooney.

Con David Strathairn, Frank Langella, Robert Downey Jr., Patricia Clarkson, George Clooney.
Drammatico, durata 90 min, – Usa 2005

ER giornalisti in prima linea: unità di luogo, ritmo serrato, più una vocazione che un mestiere.

Usa 1953. Nel chiuso della redazione e degli studi televisivi della Cbs un gruppo di valenti redattori avverte il minaccioso propagarsi di una epidemia… la dottrina Truman. Incubata da anni, manifesta tutta la sua virulenza attraverso la commissione sulle attività anti-americane. La società barcolla, la febbre sale, il morbo dilaga, le vittime non si contano. I nostri sono persuasi dell’inderogabile necessità di risvegliare le coscienze dei cittadini proprio con quella tv che tanto ha concorso per sedarle e approntano massicce vaccinazioni con serrate inchieste sui presunti mandanti /colpevoli. Invece è proprio la rappresentazione che la commissione da di se in tv, che svela tutta la debolezza del contagio.

L’anno dopo l’infezione è debellata con la revoca del mandato inquisitivo da parte del senato che pone fine all’attività del senatore Joseph McCarthy, il principe degli untori. Peraltro nel ’57 provvederà a toglierlo di mezzo a 49 anni una incurabile epatite, dai suoi più irriducibili avversari considerata provvidenziale.  Nel ‘58 ad Edward R Murrow e compagni saranno riconosciuti i meriti. Clooney si ferma qui poiché la realtà si fermò qui.

In quei visi scolpiti dal bianco e nero c’è l’aura nobile del giornalismo al servizio della libertà, c’è la denuncia insopprimibile di metodologie illiberali che configgono con i valori della democrazia e le garanzie da essa propugnate, c’è la tensione civile di uomini che ……

Ma non risulta che la capace compagine giornalistica, meritevolmente debellata in patria la sindrome liberticida, divisasse in alcun modo di trasferirsi armi e bagagli – per esempio – in Unione Sovietica, perlomeno in audio se non in video, là dove ben altra tempra di fieri personaggi cultori della sovranità limitata, dagli scarsi scrupoli civili e dalla straordinaria efficacia repressiva difficilmente avrebbe consentito ad anima viva di porre in pubblico domande del tipo <nessuno più si domanda dove si può situare il confine tra il dissenso e il tradimento?> e  <che fine sta facendo la libertà nel nostro paese?

by Cincinnato

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Il caimano

Regia di Nanni Moretti.

Con Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Nanni Moretti, Giuliano Montaldo.

Michele Placido, Valerio Mastandrea, Paolo Sorrentino, Elio De Capitani, Tatti Sanguineti, Anna Bonaiuto,

Politico, durata 112 min. – Italia, Francia 2006

Paghi uno e prendi due.                                                                              La nutrita presenza di attori ben affermati, se contraddice le affermazioni del Moretti che privilegerebbe la recitazione di gente comune, certamente fa da ricco contorno alla felice interpretazione di un Silvio Orlando che sa dare corpo e anima ad un uomo che misura il proprio essere e le proprie relazioni in una quotidianità  sempre meno indulgente e di cui fatica a scorgerne la vivibilità. Sul piano privato egli assiste allo sgretolarsi della propria vita coniugale: la moglie, pur nella compostezza formale, non gli risparmia manifesti richiami all’imminente risoluzione unilaterale della coppia per la quale lui ancora sentirebbe di spendersi. Anche l’amore paterno fatica non poco dovendosi confrontare con nuovi spazi e nuovi propositi per conservare la continuità degli affetti. Sul piano professionale avverte che le sue capacità imprenditoriali ed espressive vanno consumandosi e non di meno le convenienze di terzi configgono amaramente con le sue residue aspettative. Questo è il film fruibile.

Per l’altro, appendice militante, verrebbe da dire che Moretti non è un regista di straordinarie doti artistiche e creative. E neanche che possa essere apprezzato da tutti in considerazione delle sue invettive scaraventate in un’unica direzione. Altresì non mancherebbero riserve nemmeno sulle sue capacità recitative bloccate da trentanni su due o tre note e con accenti di risaputa seriosità. Ma il condizionale è d’obbligo poiché Moretti è un’icona perennemente rivolta ad un pubblico intellettualmente più vocato e poco televisivamente influenzabile. Un pubblico attento come si deve, che sa riconoscere e apprezzare un guru del politicamente corretto nella misura in cui gli attribuiva la paternità dei girotondi e le rituali raccomandazioni per meglio figurare nelle tornate elettorali.

by Cincinnato

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Il divo

Regia di Paolo Sorrentino.

Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso.

Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti, Paolo Graziosi, Fanny Ardant

 Drammatico, durata 110 min. – Italia 2008.

 La connotazione politica di parte e la vocazione didattica di Sorrentino si equivalgono fin dapprincipio e l’appartenenza dei protagonisti alle schiere dei cattivi e implicitamente dei buoni si risolve categoricamente con lo scorrere di date e nomi, prima ancora delle immagini, a cui attribuire fatti e fattacci di un Italia perennemente a rischio di andare a male. Il regista, bontà sua, ha le idee chiare su un Andreotti che da il meglio di se capitanando una congrega di viscidi malfattori, a loro agio nell’ombra e con solerte vocazione ancillare se non sempre assoluta certamente cieca. Ecco, le responsabilità sono monopolio di coloro che ideologicamente sono estranei a Sorrentino; per contro i suoi prossimi non possono essere incalzati nemmeno dal dubbio. Il meccanismo, per chi lo voglia riconoscere, è vecchio e ben collaudato.

 Perciò, pur tenendo Giulio Andreotti in gran sospetto e in gran dispetto, e noi siamo tra costoro, pur riconoscendogli una qualche disposizione sulfurea è statisticamente assai arduo additarlo unico principe delle tenebre, unico nocumento alla Nazione appartenendo lui, sia pure continuativamente dall’immediato dopoguerra, ad una vasta casta zeppa di disonorevolissimi parlamentari che a turno con sistematica voracità e determinazione hanno fatto sentire a noi tutti per decenni il loro insostenibile peso. Peccato! Un equilibrio magari appena distributivo delle oscure paternità dei tanti guasti nostrani non avrebbe certo nuociuto alla verosimiglianza della pellicola.

 In sovrapprezzo l’apparire di Toni Servillo, eccellentissimo e versatilissimo attore di teatro, ormai sovente prestato al cinema, in panni grotteschi e acconciato a guisa di macchietta suscita non poche perplessità.

by Cincinnato

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Anche libero va bene

Regia di Kim Rossi Stuart.                                             Con Kim Rossi Stuart, Barbora Bobulova, Alessandro Morace, Marta Nobili, Tommaso Ragno

Drammatico, durata 108 min. – Italia 2006

E’ solo nella finzione filmica che i due giovanissimi protagonisti, sottoposti ad una dolorosa paterna pressione quotidiana fatta d’immagini cruente, concetti sconcertanti e turpiloquio, non scivolino irreversibilmente nel disagio,  nell’angoscia, nel fraintendimento del sociale e che riescano a percepire la realtà, il prossimo e specialmente il padre con tanta buona cognizione.

Kim Rossi S. ci prova e ci butta l’anima, certo, ma se come regista sa dare un buon ritmo alla narrazione e sa ben curare le interpretazioni degli altri, non convince appieno come interprete. Una figura così  drammatica e complessa come uomo e specialmente come genitore: iroso, presuntuoso, nevrotico, deluso, volgare, inadeguato, ingenuo, prepotente, sproporzionato, volonteroso… anche un De Niro dovrebbe darsi da fare non poco.

Dopo infiniti esempi cinematografici volti anche a normalizzare ciò che normale non è… dopo aver assistito alle rappresentazioni di ogni genere di guasto e di vizio… dopo aver tollerato tutto ciò che un tempo veniva recepito come riprovevole… conformemente ad una saga poco incline all’etico e caparbiamente arroccata a contemplare e privilegiare dell’uomo inclinazioni e bisogni più intestini… finalmente al cinema è arrivata anche la bestemmia. Non quella di un rozzo solitario insoddisfatto spettatore. Quella in pompa magna del protagonista e regista di bell’aspetto, quella paludata dall’esigenza artistica, quella ammessa poiché contestualizzata. Quella – ahinoi – evocativa di familiarità, di pedante emulazione, di pronta diffusione.  C’era bisogno? Quelli che di cinema la sanno lunga diranno “si”. Per assaporare fino in fondo il gusto e l’afrore del libero selvaggio accondiscendere solo con se stessi. Beati coloro che ritengono che la merda sia unicamente un indispensabile concime.

by Cincinnato


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